Ogni volta che nasce una nuova norma, assisto sempre allo stesso copione.
È quasi un riflesso condizionato.
Inizia la corsa alla “paternità” della materia.
Chi deve occuparsene?
Di chi è il business?
Chi può dire qual è il modello giusto?
E, puntualmente, parte una specie di partita a ping pong.
👉 L’avvocato sostiene che si tratta di una materia giuridica.
👉 Il commercialista risponde che è lui il consulente di fiducia dell’imprenditore e che, in fondo, molte aziende sono già “a posto”.
👉 Il consulente strategico amplia il perimetro fino a trasformare gli Adeguati Assetti in un progetto talmente vasto che, per completarlo davvero, servirebbero anni.
👉 Il mondo bancario richiama l’attenzione sul fatto che banche e finanziatori guarderanno sempre di più alla qualità della governance e degli assetti organizzativi.
E poi il mondo assicurativo, le associazioni…..le cavalletteeeee!
E così ognuno prova, legittimamente, a portare il tema nel proprio campo di competenza.
Avete presente una 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐧𝐠 𝐩𝐨𝐧𝐠?
La pallina continua a rimbalzare da una parte all’altra del tavolo.
Il problema è che, a un certo punto, mi viene spontanea una domanda.
Ma dov’è l’impresa?
Perché mentre noi professionisti discutiamo di chi debba guidare questa partita, il protagonista rischia di rimanere fuori dal campo.
Ed è un errore enorme.
Perché gli Adeguati Assetti non appartengono agli avvocati.
Non appartengono ai commercialisti.
Non appartengono ai consulenti.
Non appartengono alle banche.
Appartengono all’imprenditore.
È lui che dovrà assumersi la responsabilità delle decisioni.
È lui che risponderà della continuità della propria impresa.
È lui che dovrà scegliere se cogliere questa occasione per governare meglio la propria azienda oppure liquidarla come “l’ennesimo adempimento burocratico”.
Ed è qui che vedo il vero paradosso.
Si continua a parlare degli Adeguati Assetti come se fossero un 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐚𝐠𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭.
Come se nel 2019 fosse nato qualcosa di completamente nuovo.
Ma 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀ 𝐞̀ 𝐞𝐬𝐚𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚.
Da oltre cento anni il management internazionale studia come rendere le imprese più solide, più organizzate e più capaci di affrontare il cambiamento.
✅ Taylor ci ha insegnato l’importanza dei processi.
✅ Fayol ha definito le funzioni fondamentali della direzione aziendale.
✅ Deming ha introdotto il miglioramento continuo.
✅ Drucker ha rivoluzionato il management attraverso gli obiettivi e gli indicatori di performance.
✅ Mintzberg ha spiegato che ogni organizzazione deve essere progettata in funzione della propria complessità.
✅ McKinsey ha dimostrato che risultati e strategia dipendono dall’allineamento tra struttura, sistemi, competenze, persone e cultura.
✅ Il framework COSO ha costruito il riferimento internazionale per i controlli interni.
✅ Le norme ISO hanno diffuso la gestione per processi, il risk based thinking e la cultura del miglioramento continuo.
Gli Adeguati Assetti non sostituiscono tutto questo.
Ne rappresentano semplicemente la traduzione giuridica nel nostro ordinamento.
Per questo continuo a pensare che la vera sfida non sia stabilire chi “possiede” gli Adeguati Assetti.
La vera sfida è costruire un patto tra competenze.
L’avvocato porta la conoscenza della responsabilità degli amministratori.
Il commercialista quella economico-finanziaria e contabile.
Il consulente organizzativo interviene su processi, ruoli e sistemi di controllo.
Gli specialisti delle certificazioni contribuiscono con metodi consolidati di gestione.
Le banche aiutano a comprendere come il mercato del credito stia evolvendo.
Gli assicuratori danno indicazioni sul rischio assicurabile legato al rischio di impresa
𝐄 𝐚𝐥 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨, 𝐩𝐞𝐫𝐨̀, 𝐝𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐞 𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞.
Perché è lui il protagonista. Altrimenti “𝐂𝐞 𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐞 𝐜𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐨𝐧𝐢𝐚𝐦𝐨” tra noi professionisti.
È lui che, ogni mattina, può scegliere tra due strade.
La prima:
“È la solita burocrazia. Facciamo il minimo indispensabile.”
La seconda:
“Questa norma mi offre l’occasione per cambiare davvero il modo in cui governo la mia impresa.”
La differenza tra queste due scelte non la farà una legge.
Non la farà un professionista.
La farà la cultura manageriale dell’imprenditore che noi professionisti possiamo, come ecosistema, fare in modo che acquisisca, coinvolgendolo da subito e nell’ottica “ma quanto ti costa oggi non fare…..”?
E forse dovremmo ricordarci tutti — noi professionisti per primi — che il nostro ruolo non è contendersi la paternità di una norma.
È aiutare le imprese a diventare più forti, più consapevoli e più capaci di affrontare il futuro.
Se riuscissimo a fare questo, probabilmente gli Adeguati Assetti smetterebbero di essere percepiti come un obbligo.
Diventerebbero finalmente ciò che sono davvero: uno strumento per governare meglio l’impresa.
